Psicologia e Sport

Il campione e la sua infanzia

Campioni si nasce o si diventa?

Sono le doti naturali, cioè il terreno base fatto di caratteristiche fisiche e psichiche, o è un paziente lavoro di laboratorio, di apprendimento tecnico e psicomotorio che costruisce il futuro campione? É un problema vecchio come il mondo, che vale per lo sport come per qualsiasi manifestazione umana; in genere la risposta è frutto di a-priori intuitivi o di pregiudizi culturali più che di positive ricerche scientificamente fondate. D’altronde, inevitabilmente qualunque cosa si dica su un campione è un discorso a-posteriori, cioè fatto su un individuo giunto alla compiuta maturità atletica e non nel suo divenire. Ora un discorso ha validità scientifica se stabilisce leggi ed affermazioni sempre verificabili e in un certo senso prevedibili, quindi applicabili anche ad un individuo in formazione.

psicologia

La medicina e la psicologia dello sport più recenti si stanno sempre più affinando da questo punto di vista: accumulano dati di osservazione quantitativamente e qualitativamente significativi con l’applicazione di test medici e psicologici moderni e sofisticati che scompongono ed analizzano le attitudini fisico-psichiche di un gran numero di atleti; studiano le reazioni dell’individuo nella fase preparatoria e agonistica; indagano la relazione atleta-allenatore e/o atleta-dirigente, le dinamiche di gruppo negli sport di squadra, gli incidenti psichici e/o somatici che spesso sopravvengono nella carriera sportiva, ecc. Ma in genere danno poca importanza agli aspetti psicogenetici dell’atleta, cioè alla sua storia remota, all’ambiente che l’ha generato, al contesto in cui è avvenuto il suo sviluppo psicosessuale ed affettivo, alla storia familiare, alla sua infanzia insomma, che affonda le sue radici nella vita intrauterina a le cui vicende ed episodi sono determinanti per l’evoluzione successiva.

Ora, se si vuol capire qualcosa del campione -così come di ogni individuo- è fondamentale appunto conoscere la sua infanzia. E per fare questo il metodo privilegiato, se non unico, è la psicoanalisi, il cui obiettivo è proprio quello di indagare il passato per lo più nascosto e dimenticato di una persona.

Un passato che, pur relegato nell’oblio, nondimeno agisce attivamente e direttamente in ogni manifestazione ed ambito della vita adulta: come ripetizione tout-court, formazione reattiva, di compromesso, compensatoria o riparativa di vicende, sentimenti, relazioni, conflittualità infantili.

Nel tessuto compatto e lineare del “normale” comportamento adulto, sportivo o meno che sarà, è soprattutto nei momenti di rottura, di defaillance, di crisi temporanea che questo mondo nascosto ed attivo si lascia vedere nel modo più chiaro e clamoroso: quando il motore si inceppa, la forma cala improvvisamente, si commettono errori incomprensibili o imprevedibili o un disturbo o trauma viene a bloccare l’atleta. Questo avviene perché le dighe si rompono ed emergono elementi profondi ed infantili, per lo più desideri inconsci ed inaccettabili alla coscienza, come un incubo notturno che si riversa nella vita desta.

É a partire da queste frange d’interferenza o di rottura che si può comprendere cosa ci sta sotto, che cosa realmente si gioca nell’atto sportivo. Si scoprono allora in filigrana dietro o sugli attori che entrano nello scenario sportivo immagini ed oggetti, desideri e situazioni propri dell’infanzia dell’atleta. L’arbitro o il giudice di gara è una figura paterna, l’allenatore o il dirigente è la madre, i compagni di squadra i fratelli potenziali o reali, le relazioni che si instaurano seguono gli oggetti e i destini pulsionali che si sono definiti una volta per tutte nei primi anni di vita secondo le scansioni degli stadi di sviluppo psicosessuale e con i traumi, gli arresti, gli ingorghi che li hanno caratterizzati.

L’avventura sportiva è forse più di ogni altra manifestazione umana quella che più direttamente mette in scena l’infanzia dell’individuo, forse proprio perché si esprime attraverso la motricità (e noi sappiamo quanto la motricità sia legata alla affettività). Più ancora, è la sessualità/aggressività infantile che fa lo sportivo. Fin la scelta dello sport specifico è determinata dal fattore sessuale infantile nel suo impasto pulsionale con l’aggressività. In effetti, con una particolare tecnica psicoanalitica definita micropsicoanalisi si riescono a scomporre i comportamenti agli atteggiamenti umani fin nelle loro micro-componenti, quindi nei determinanti ultimi ai confini tra psiche e soma; così ogni dettaglio del gesto sportivo può essere ricollocato nella sua matrice originaria, cioè in un preciso elemento del polimorfismo sessuo-aggressivo infantile.

La prospettiva psicoanalitica rende ragione pertanto del “normale” e del “patologico” nello sport, e nel suo va e vieni tra infanzia ed età adulta permette entro certi limiti di individuare quelle caratteristiche ed elementi che fanno di un individuo un futuro campione. Ma non vorrei essere fraintesa; non è che la psicoanalisi faccia diventare campioni. Per diventare tali, occorrono specifiche doti naturali di partenza. Al più la psicoanalisi può togliere quegli ostacoli che impediscono alle potenzialità di effettivarsi, ostacoli che, ripeto, si sono formati nell’infanzia o che erano iscritti come predisposizioni fin dall’origine della vita individuale.

Tra questi forse il più importante è il senso di colpa inconscio, che nasce dal desiderio di vendetta nutrito nei confronti dei genitori e dell’ambiente familiare per il male, reale o supposto che sia, che il soggetto sente di aver subito. Il complesso di colpa inconscio e la forte aggressività connessa spiegano buona parte delle fortune e sfortune nello sport ed è elemento importante nell’assetto psicofisico del campione.

Nel libro Campione perché c’è un’ intervista a 43 campioni mondiali di tutte le specialità sportive proprio in questa ottica; indagare cioè l’infanzia di questi grandi atleti e verificare l’incidenza che questa ha avuto nel loro destino sportivo. Sono emerse dalle ricerche parecchie cose piuttosto interessanti: prima di tutto una generale, precocissima voglia di vincere e di primeggiare che si estrinsecava fin dalla primissima infanzia nell’attività motoria, solidamente sostenuta da indubbie doti fisiche, peraltro più interne che visibili all’esterno. Una personalità da leader accompagnata da una dirompente e a volte pericolosa vitalità: spesso l’infanzia è contrappuntata da incidenti dovuti a questa esuberanza un po’ fracassona. In questo voler a tutti i costi essere i primi giocava l’elemento rivalità fraterna; ma la motricità esasperata e quasi coatta, energia allo stato puro sebbene vincolata all’espressione motoria, in parecchi casi lasciava intuire un notevole senso di angoscia.

bambino e sport

La sensazione che questi campioni davano, al di là degli episodi dell’infanzia che con fatica ricordavano e degli affetti che si sforzavano di evocare con toni spesso dolcissimi, era di individui “abbandonici” con una forte nostalgia soprattutto della madre e dei suoi sostituti. Quindi una sensibilità esasperata ed un desiderio di rivalsa e di recupero di una madre “buona” mal celato da dichiarazioni d’amore forse troppo enfatizzate verso la madre reale.

Mi ha stupito ad esempio l’incredibile calma ed il tono di voce generalmente monocorde che contrastava notevolmente con l’irruenza e la forza scaricata nella competizione. Questi campioni, fuori dell’ambito sportivo sono persone calmissime ed assolutamente “normali” in genere, mentre in allenamento ed in gara mettono una caparbietà e una violenza fuori del comune. Sta forse proprio qui spesso il motivo profondo delle difficoltà a lasciare lo sport al termine della carriera e ad immettersi nella vita cosiddetta “normale”. Nello sport gli atleti ricreano uno scenario infantile per loro molto rassicurante e scaricante, quindi “economico”, perché perfettamente controllabile, programmabile ed ordinato, e sostenuto da figure di sostituzione che cospirano alla riuscita del campione.

Un altro aspetto che mi ha colpito nell’infanzia dei campioni è il ruolo avuto dal padre: a seconda dei casi, o decisamente assente, per cui i tratti paterni venivano assunti dalla madre con le complicazioni che questo comportava, o presente in modo soffocante. Una situazione edipica quindi oltremodo complessa, in cui gli elementi ostili o di rivalità si mescolavano ad elementi di tenerezza e di amore, in un impasto carico di tensione. Lo stimolo a competere ed a vincere era quindi di volta in volta competizione contro il padre o adeguamento alle sue aspettative, atto d’amore insomma verso di lui.

È indubbio che proprio in questa complicata situazione edipica si originano il più delle volte le defaillances sportive. Si pensi, tanto per portare un esempio, che il liberista Collombin ha subito l’incidente che ha posto fine alla sua carriera sciistica l’unica volta in cui il padre ha assistito ai bordi della pista ad una competizione del figlio. Questo padre che in fondo lo aveva avviato allo sci, che aveva posto in questo sport tutte le aspettative verso il figlio e che il giovane Roland aveva sempre voluto tenere lontano dalle proprie gare talmente si sentiva soffocato dalla sua presenza! Naturalmente questo è un caso limite, ma più o meno tutti i campioni hanno vissuto la situazione edipica in modo drammatico.

Nel tratteggiare il profilo del campione, ossia dello sportivo per eccellenza, ho messo in evidenza varie caratteristiche emerse dalla mia ricerca. Se nello sportivo esse presentano una certa peculiarità quantitativa, qualitativamente invece non sono diverse da quelle di qualsiasi essere umano, per cui il loro studio ci permetterà di ampliare le nostre conoscenze sull’uomo, e soprattutto sui suoi lati più profondi, dunque meno palesi ed evidenti.

Il nostro discorso parte dallo studio dello sviluppo dell’intelligenza, dell’affettività, dell’aggressività, ed esamina poi la teoria della personalità così come essa è stata presentata da Freud.

La paura di vincere

Quando si esaminano gli affetti da un punto di vista psicanalitico, bisogna tener presente che i termini usati comunemente per descriverli assumono un significato ben preciso. Occorrerà dunque definire che cosa intendiamo per paura e in che cosa questa si differenzia da emozioni simili quali ad esempio l’angoscia.

Il concetto di affetto assume un’importanza fondamentale essendo, secondo Freud, l’espressione qualitativa dell’energia pulsionale. In altre parole, ognuno di noi percepisce le modificazioni del proprio equilibrio energetico in termini di affetti, più o meno piacevoli. Un qualunque stato di bisogno, infatti, provoca all’interno della nostra unità somatopsichica un aumento di tensione che chiede di essere scaricata o sul versante psichico o su quello somatico.

psicologia e sport

Il bambino piccolo dimostra il suo stato di bisogno, dovuto ad esempio dalla fame, cercando di scaricare l’aumento di tensione sul piano motorio agitando il corpo e urlando. Infatti le prime esperienze che il bambino compie avvengono attraverso il corpo, la conoscenza dello spazio circostante e degli oggetti che lo popolano.

La possibilità di entrare in rapporto con lo spazio, muoversi, spostare gli oggetti, conoscerli attraverso le relazioni significative che si possono costruire tra essi dà al bambino la prima forma delle sue relazioni future con l’ambiente. Per conoscere lo spazio è necessario che il piccolo accetti di separarsi dalla madre e compiere delle azioni in modo autonomo.

La conoscenza del mondo è legato quindi sin dall’inizio alla separazione e alla paura che questa separazione comporta. Tanto più il bambino avrà paura di separarsi dalla madre, tanto più il mondo esterno gli apparirà temibile. Oppure se il bambino non riesce a sentire l’affetto della madre come qualcosa che lo protegge e lo contiene, sarà spinto a cercare nell’ambiente circostante ciò che gli manca, ma in modo affannoso e inadeguato. L’esperienza della separazione è per tutti sempre legata alla paura; variano l’intensità e i tentativi per superarla. Vediamo così che la paura ha origini antiche dentro di noi che spesso non lasciano traccia consapevole, ma rimangono come una tonalità indistinta e colorano di sé le esperienze successive. Esiste una struttura psichica che ha il compito di regolare i rapporti sia tra il mondo esterno e le sue esigenze (morali, educative, di realtà, ecc.) sia tra il mondo interno e i suoi bisogni (di amore, di protezione, di possesso, ecc.): questa struttura è l’io. Il suo funzionamento sfugge all’attenzione della nostra coscienza come sfuggono i meccanismi di cui si avvale per far fronte alle richieste interne ed esterne che, essendo spesso in contrasto tra loro, genera tensione.

Vi sono vari tipi di paure, a seconda che il pericolo sia interno o esterno. Il pericolo esterno è rappresentato da un oggetto reale. Ad esempio un atleta può avere timore di perdere una gara perché sa che concorrono avversari più forti di lui. Possiamo dire in questo caso che l’affetto chiamato paura è un segnale di allarme che ci avverte della presenza di un pericolo mettendoci in stato di allerta.

Il pericolo interno invece proviene da impulsi di cui non siamo consapevoli, ma che .richiedono di essere soddisfatti, e sono percepiti dall’io come in contrasto con l’equilibrio raggiunto.

In quanto segnale di allarme, la paura scatta lo stesso, ma non abbiamo un oggetto concreto da cui difenderci, siamo cioè in uno stato di angoscia, una paura senza oggetto. L’angoscia è quel sentimento che può inibire l’atleta fino a fargli mancare una gara, non serve più a migliorare le sue prestazioni, ma solo a limitarle.

In questo caso possiamo ipotizzare che nello sportivo sia presente un conflitto interno, di cui egli non è consapevole, che gli fa vedere il gesto atletico come qualcosa di pericoloso in sé.

Quando l’angoscia, originata da un conflitto psichico, raggiunge una certa intensità, diventa essa stessa un pericolo e l’io cerca un modo per disfarsene: può ad esempio costruirsi dei sintomi, come le fobie, che attraendo il sentimento penoso spostano l’attenzione dal conflitto interno a quello esterno. L’atleta che si trova in una situazione d’angoscia può così cominciare a temere che il suo abbigliamento non sia a posto, per cui verifica l’allacciatura delle scarpe, aggiusta i calzini, gli elastici ai capelli, le bretelle della canotta, o ripete gesti scaramantici. Queste azioni servono in definitiva a concentrate l’attenzione dell’atleta su un oggetto che di per sé può essere irrilevante, ma che in quel momento serve da sostituto sul quale scaricare i propri timori. Dobbiamo capire che tali oggetti sostitutivi sono fondamentali per controllare l’emozione angosciosa, quando questa diventa un nemico reale contro cui combattere.

Abbiamo visto finora le varie gradazioni possibili della paura, come il timore e l’angoscia; abbiamo anche rilevato che questo sentimento può produrre fobie. Tali meccanismi non sono patologici; ognuno di noi li ha sicuramente provati nella sua vita.

paura di vincere

 

Possiamo dire che la paura è un sentimento intimamente correlato alla natura dello sport. Infatti da un punto di vista simbolico, la gara sportiva rappresenta comunque un combattimento: l’origine dei combattimenti sportivi è guerriera ed è situata a fianco dei rituali per la morte degli eroi. Nell’antichità spesso gli agoni terminavano con la morte dell’atleta, morte a volte decretata dal pubblico. Non ci dobbiamo quindi stupire di trovare legati al rituale sportivo, da un punto di vista culturale, livelli di affetto estremamente intensi, quale la rabbia, la paura, il desiderio di rivincita: in ultima analisi, l’aggressività. Ciò che al giorno d’oggi distingue il combattimento agonistico da quello guerresco è la possibilità di condizionare l’aggressività necessaria comunque, incanalarla verso uno scopo meno mortifero e più sublimato; in questo senso lo sport è per tutti una valvola di scarico potente per l’aggressività, sempre che questo impulso riesca a mantenersi dentro i binari della sublimazione agonistica. I fatti di Bruxelles dimostrano come il confine tra guerra e sport si possa ridurre fino a scomparire quando le persone implicate non riescono a rimanere sul piano simbolico. Questo rischio è presente in modi differenti anche per l’atleta. Infatti, quando il significato simbolico dello sport è troppo potente, il rischio è di rimettere in gioco gli antichi conflitti interiori che hanno dato vita al desiderio sportivo. Ma quali sono questi conflitti che possono rendere un gioco cosi pericoloso? Dobbiamo rifarci ai giochi proibiti dell’infanzia, il più importante dei quali è quello che il bambino vorrebbe giocare con la madre, ma sa di non poterlo fare e teme le reazioni violente del padre. Non ci dilungheremo qui sulle vicende edipiche ormai ben conosciute da tutti gli studiosi di psicologia. Diremo soltanto che tutto ciò che si connette con il possesso di un oggetto, la lotta per ottenerlo, il timore della sua perdita e le conseguenze, si riallacciano nella nostra mente alle battaglie edipiche e al grande timore ad esse collegate: la castrazione.

Quando parliamo di castrazione, non intendiamo un fatto reale che può succedere, bensì una fantasia comune a tutti i bambini, che si può descrivere come paura di perdere la propria integrità fisica e psichica. Un sentimento analogo a quello provato dal bambino piccolo quando si separa dalla madre e teme di perderla.

La paura nello sport in ultima analisi è anche paura della sconfitta, cioè della castrazione. Di per sé è negativa, perché spinge l’atleta, come ha spinto il piccolo Edipo, a fare un esame della realtà, delle sue possibilità e dei suoi bisogni.

Diventa patologica quando, per timore della sconfitta-castrazione, il “piccolo” atleta rinuncia a combattere oppure si pone nelle condizioni di perdere. Comprendere la paura nello sport significa quindi analizzare dietro le multiformi manifestazioni di questo sentimento quali conflitti si celino per ogni singolo sportivo.

Capire, quindi, se sono conflitti evolutivi, che lo spingono in avanti, o regressivi, che lo portano indietro. Infatti il conflitto non è negativo in assoluto. I primi anni di vita sono irti di difficoltà che, se affrontate in modo armonico, aiutano l’individuo a superare la situazione in cui si trova e a costruire nuovi equilibri.

Un conflitto diventa regressivo quando il soggetto, sentendosi incapace di superarlo, ritorna a modalità di risposta precedenti che non sono più adeguate e lo tengono fermo.

E l’immobilità psichica nello sport è sconfitta.

 

Tratto dai libri:

“Il campione e la sua infanzia”

“Campione perché”

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